SPRINT- Sport Popolare Resistente Intersezionale

Nelle giornate del 24-26 maggio la Palestra Popolare Gino Milli di Bologna ha ospitato la tre giorni “SPRINT –  Sport Popolare Resistente e Intersezionale”.

Di fronte al moltiplicarsi in Italia delle esperienze di sport popolare, questa tre giorni ha provato a rispondere all’esigenza di creare uno spazio di discussione e di confronto sulle pratiche e sui processi in atto.

SPRINT nasce da un percorso iniziato all’interno della Palestra Popolare Gino Milli, sotto forma di ricerca sociale, con l’obiettivo di indagare limiti e potenzialità di questo fenomeno politico a partire dalle ambivalenze intrinseche al mondo dello sport. Quest’ultimo, infatti, si è trovato storicamente polarizzato tra una visione neoliberale – che lo vuole dipingere come portatore di sani valori e politicamente neutro – e una certa sociologia critica che nel descriverlo come “oppio dei popoli”, non ha mai realmente creduto nel suo potenziale di trasformazione sociale.

Durante l’ultimo anno il percorso di ricerca ci ha dato modo di incontrare e intervistare decine di realtà su tutto il territorio nazionale e a partire dalle riflessioni emerse sono stati impostati dei tavoli tematici di discussione.

Le tre giornate di SPRINT hanno costituito un’ulteriore tappa della ricerca sociale sullo sport popolare, interessata ad esplorare quegli spazi e quei percorsi che, lontano dalle due polarizzazioni, agiscono con la consapevolezza che lo sport non è il frutto di un processo a-politico e a-storico, ma può rappresentare un vero e proprio spazio sociale resistente. In una società che esalta i modelli meritocratici volti a mascherare la “natura” della diseguaglianza e della discriminazione, lo sport rischia di diventare uno spazio di propaganda neoliberale, in cui tutti hanno le stesse possibilità di vincere, lasciando alla performance sportiva il compito di stabilire il merito, senza porre la questione delle diseguaglianze, dell’oppressione e dell’esclusione sociale. Per questo motivo pensiamo che lo sport popolare debba essere innanzitutto uno spazio intersezionale in cui sviluppare nuove forme di resistenza all’esclusione sociale e alle discriminazioni, che partano dal corpo e dalle pratiche sportive.  Tra le attività, oltre alle attività sportive, tre sono stati i tavoli di discussione di SPRINT:

Sport popolare come mezzo o fine politico?

Qual è il senso politico che attribuiamo alla pratica sportiva? Quando parliamo di sport popolare in che modo e in che misura parliamo di un investimento anche politico in merito agli spazi e alle persone che li attraversano? Diverse sono le possibili risposte, da chi intende lo sport popolare come mezzo per creare socialità e aggregazione a chi lo vede come uno spazio di inclusione, argine in molti casi rispetto a spinte reazionarie e a meccanismi di isolamento e marginalizzazione. Spazi collettivi dove attraverso lo sport è possibile sperimentare condivisione di saperi e pratiche, al di fuori di dinamiche sessiste, razziste, abiliste e autoritarie.

Di fronte a discorsi che tendono ad imporre l’attività fisica e la cura del corpo come un dovere, più che a legittimare lo sport come un diritto, noi crediamo che lo sport popolare sia innanzitutto un piacere e che non possa mai perdere di vista il benessere del soggetto. Non benessere inteso meramente in senso medico, ma che guardi all’individuo nel suo rapporto con il contesto, con il proprio corpo e con gli altri.

Qual è il rapporto delle diverse esperienze di sport popolare con le federazioni sportive? Se da una parte esistono molte esperienza che, per scelta o per necessità, decidono di restare fuori dalle federazioni, dall’altra diverse realtà si inseriscono all’interno delle varie federazioni, a volte in modo critico e riuscendo a far emergere al loro interno contraddizioni e problematiche. Quale strategie adottare per riuscire a portare dentro le federazioni istanze conflittuali senza rischiare di essere neutralizzato?

Come far convivere la pratica dello sport popolare con percorsi individuali di professionismo e con l’emersione individuale di chi riesce, dentro la pratica sportiva, a trovare uno spazio di trasformazione?

In ultimo: se da una parte lo sport popolare si interroga sulle modalità e i limiti della sua inclusività, crediamo che dal fronte opposto sia necessario riflettere sul suo carattere esclusivo, quindi sulle istanze e i soggetti che legittimamente ne vengono esclusi, perché inconciliabili con la pratica dello sport popolare.

Diversi sono stati gli episodi che hanno in tal senso provocato polemiche e reazioni scomposte da parte delle federazioni (basti pensare all’episodio della Dynamo Dora).

Ma affermare che lo sport deve stare fuori dalla politica è a sua volta un’affermazione politica. Se certamente lo sport non è direttamente e di per sé politico, nelle sue declinazioni non è mai apolitico, riflette in ogni caso il colore del contesto in cui è collocato.

Che genere di spazi?

La questione degli spazi è centrale all’interno della maggior parte delle esperienze di sport popolare: se da una parte c’è un’abbondanza di spazi sportivi abbandonati, inutilizzati o sottoutilizzati – che sarebbe interessante mappare – dall’altra si registra spesso la difficoltà di avere a disposizione spazi adeguati a costi sostenibili.

La logica dei bandi, in tal senso, più che garantire il libero accesso e tutelare le esperienze meno strutturate, le esclude. Molte esperienze vivono dunque all’interno di spazi occupati, rivendicando legittimità e imponendo la loro presenza alle istituzioni con le quali in molti casi è impossibile collaborare.

La questione dello spazio fisico, seppur di primaria importanza per la pratica sportiva, non è slegabile da quella dello spazio “simbolico”: all’interno del contesto in cui è inserito. Lo sport popolare rappresenta uno spazio di relazione, di scambio, di soggettivazione per chi lo attraversa, che spesso si presenta nella dicotomia di essere uno spazio riconoscibile e quello di contaminare il territorio.

Inclusione-Competizione, quale relazione?

Sicuramente lo sport è legato alla competizione, che è sia un modo per fare squadra, ma in alcuni casi può essere anche molto escludente. Da qui la necessità di non vedere lo sport come qualcosa di arbitrario e universale, ma come un dispositivo da abitare e trasformare. La discussione affrontata in questo tavolo tematico ruota attorno a due aspetti fondamentali con i quali le realtà che si riconoscono in questa lettura dello sport popolare devono fare i conti: la propria struttura competitiva dello sport e come questa viene interpretata e agita nelle pratiche sportive, e la volontà di rendere le attività e gli spazi sportivi dapprima non-escludenti e poi inclusivi e attraversabili da tutti e tutte. É possibile ridisegnare le regole di uno sport adattandole al contesto? E’ legittimo? Possiamo in diversi contesti trovare delle regole che permettano di superare le barriere e i limiti creati dalla competizione? Delle regole che permettano di giocare con l’altro e non “contro” l’altro.  Chiaramente molteplici sono gli interrogativi che queste domande portano con sé. Innanzitutto se le regole cambiate non vengono condivise e ridiscusse c’è il rischio di riprodurre forme di esclusione e stigmatizzazione: dunque nei casi in cui c’è l’esigenza condivisa di ridiscutere le regole, come farlo? E chi? Se sicuramente siamo abituati fin da piccoli ad associare lo sport alla competizione e possiamo vedere nell’adattamento delle regole il rischio di “snaturare” lo sport, ci chiediamo: in che misura la competizione è un elemento “naturale” nello sport? E’ legittimo sperimentare all’interno dello sport degli spazi non competitivi, dove la vittoria non è immediatamente individuabile e il risultato non è direttamente misurabile da un punteggio?

Le sfida dell’inclusione, come possibilità di corpi diversi per genere, storia di vita, abilità o cultura di accedere a pratiche sportive in contesti che si preoccupino e si organizzino per arginare i meccanismi escludenti e discriminatori, richiede la capacità di essere pronti a ripensare in ogni momento le nostre pratiche nello sport e metterle in discussione in base ai significati che ogni realtà associa ad esse. Trasformare le regole, decostruire i concetti di vittoria e di sconfitta (e quindi ripensare la competizione), agire sulla struttura stessa degli sport in modo da modificarli, sono alcuni degli strumenti che abbiamo a disposizione per affrontarla.

Come si evince dai tavoli di discussione, tante sono le domande emerse, alle quali, tuttavia, non pretendiamo di dare delle risposte universali da “manuale”; ci interessa piuttosto creare, a partire da queste, una “cassetta degli attrezzi” per supportare strategie politicamente produttive. Crediamo, dunque, che nel porre le giuste domande risieda lo scopo del nostro percorso di co-ricerca, supportando le risposte nelle pratiche quotidiane militanti e intersezionali. Continua da SPRINT il percorso di co-ricerca e il confronto con le realtà di sport popolare.

LEIB- Il corpo che resiste

ASD Il Grinta

Palestra Popolare Gino Milli

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