Sport e salute: uno sguardo critico allo Sport popolare

Di Leonardo Tonelli

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Lo Sport popolare molto spesso ci appare come una via di fuga dalla visione egemonica dello sport come mezzo di profitto per grandi capitali o come disciplinamento dei corpi. Dal punto di vista delle pratiche, fornire la possibilità di fare attività a prezzi accessibili e fuori dalle logiche di mercato, mette da parte il lucro e la prestazione per spostare l’attenzione su socialità e partecipazione attiva. Ma se parliamo di salute, qual è il contributo che lo Sport popolare può dare per sovvertire le logiche autoritarie che vedono il movimento come un dispositivo di controllo e imposizione di stili di vita? Nell’immaginario collettivo l’attività fisica nelle sue differenti forme è legata con un nesso positivo all’idea di salute, tanto che sempre più spesso viene paragonata ad un farmaco, una miracolosa ed avanzata soluzione contro i mali della società globalizzata (malattie croniche non trasmissibili, depressione, problemi cardiaci ecc.). Per certi versi l’idea di poter prevenire, monitorare o addirittura curare certe problematiche di salute attraverso il movimento può sembrare, ad un primo sguardo, una svolta controcorrente rispetto a tutto ciò che rappresentano a livello di potere e controllo le case farmaceutiche e gli ospedali. Ma se analizziamo più approfonditamente l’equazione “movimento=salute”, emergono alcune interessanti questioni, tanto teoriche quanto pratiche.

Cosa intendiamo veramente quando diciamo che il movimento fa bene alla salute? Di quale salute stiamo parlando?  La relazione movimento-salute infatti può essere soggetta a interpretazioni molto diverse a seconda delle lenti teoriche che vengono usate per osservarla.

L’approccio più tradimedzionale al problema è quello delle raccomandazioni di attività fisica per la salute, vere e proprie linee guida che prescrivono in maniera dettagliata in intensità e durata la “dose” di esercizio da rispettare per poter essere considerati attivi e salvarsi dal girone infernale dei sedentari. Quelle suggerite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità consigliano 150 minuti di attività fisica moderata o 75 minuti intensa a settimana, con sessioni di almeno 10 minuti (OMS, 2010). Pensare al movimento come un farmaco da assumere passivamente per suscitare determinate risposte fisiologiche, nasconde in sé una visione di corpo e salute riduttiva e biologicamente determinata. Il primo viene ridotto ad un insieme da organi e funzioni e la seconda diventa lo specchio di una “normalità” fisiologica irraggiungibile e oggettivata. Infatti, solo privando il corpo di ogni soggettività ed astraendolo dal suo contesto di vita e relazioni possiamo pretendere di valutare e regolare la sua salute attraverso una logica dose-risposta pensata sulla base di parametri prestabiliti.

Con questo non si vuole certo affermare che la pratica regolare e controllata di attività fisica non porti a dei benefici per l’organismo utili alla prevenzione e al trattamento di certe patologie, o screditare gli studi scientifici che lo provano. Bensì si vuole mostrare come la semplificazione di un fenomeno complesso come il movimento a mera tecnologia di regolazione e controllo dell’organismo (peso, pressione, colesterolo ecc.) possa risultare in un processo di medicalizzazione, che responsabilizza (e colpevolizza) ciascuno di noi per la tutela e la manutenzione della propria salute, trasformando le pratiche di tutti i giorni (alimentazione, movimento, relazioni sociali) in pratiche sanitarie.folkoperan-1400x875-560x350

“Muoviti! Mangia sano! Controlla il tuo peso! Non fumare!” Sono imperativi che attraversano tutti gli spazi della nostra esistenza per ricordarci i nostri doveri di corpi responsabili e “attivi”, incentrando il discorso salute-malattia su predisposizioni genetiche e stili di vita individuali.

Il movimento ci viene imposto come un dovere, una soluzione universale alla quale adeguarsi, ignorando fattori come disuguaglianza sociale, vulnerabilità, discriminazioni di genere e cultura, accesso ai servizi e alle aree pubbliche della città, che possono favorire od ostacolare l’adesione ad una pratica sportiva.  I processi che determinano le condizioni di salute e malattia, come anche la possibilità di muoversi e fare sport, sono intrecciati in maniera indissolubile e interdipendente con il contesto socio-economico, l’ambiente, le condizioni di educazione, abitazione, lavoro, le reti sociali e con la storia di vita di ciascun individuo. In questa prospettiva affermare che il movimento (inteso come pratica volontaria di sport, esercizio o altre attività) fa bene alla salute assume un’interpretazione completamente diversa e ci costringe a guardare ad aspetti che vanno molto al di là dei singoli modi di vita, escludendo qualsiasi possibilità di medicalizzazione e semplificazione di questo fenomeno. Un corpo in movimento  presuppone e interferisce con una serie di aspetti che vanno molto oltre la dimensione preventiva e contribuiscono a determinarne le condizioni di salute. Se spostiamsaude em debateo l’attenzione dal corpo biologico ad un’idea di corpo vivo in costante scambio col mondo esterno, la preoccupazione rispetto a movimento e salute non sarà più incentrata su quanta attività riesco a fare, ma su come e perché decido di muovermi. Al tempo stesso i “risultati” di questo movimento in termini di benessere non potranno essere quantificati esclusivamente in termini di risposte fisiologiche dell’organismo, ma dovranno prendere in considerazione anche le sue ricadute sociali, culturali e politiche.

In questo senso potremmo pensare allo Sport popolare come una pratica inclusiva mirata non solo ad abbattere le varie barriere che limitano l’accesso e la partecipazione, ma a creare uno spazio libero dall’oggettivazione e medicalizzazione del corpo, trasformandolo a tutti gli effetti in uno spazio dove fare salute attraverso lo sport in modo diverso da quello mainstream. I processi collettivi, tanto nelle pratiche quanto nella loro organizzazione, diventano lo strumento attraverso il quale si smonta il modello individualista biomedico di sport, che mira a scolpire i corpi e standardizzare le condotte. Le soggettività che si muovono in questi spazi risultano inscindibili dal contesto in cui praticano sport e dalle reti sociali attraverso le quali si organizzano e si incontrano, permettendo una rilettura critica e ampliata del rapporto movimento-salute. Il panorama dello Sport popolare ci fornisce infatti la possibilità di sperimentare e investigare le potenzialità del movimento come pratica di salute al di là dell’imposizione di stili di vita, standard estetici e normativi, dove ciascuno può attribuire differenti sensi e significati alle pratiche sportive in relazione alla propria idea di salute e benessere. Proponendo un altro modo di fare sport, si possono creare spazi di solidarietà e partecipazione che ci dimostrano quanto la politica si faccia a partire dal corpo e non su di esso.

 

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