RIFLESSIONI SULLO SPORT POPOLARE
di AntonioC

Il tentativo di questa riflessione sullo sport popolare è quello di produrre dei quadri teorici a partire da una problematizzazione di quello che oggi definiamo “sport popolare”, in cui le teorie possano funzionare deleuzianamente come “cassetta degli attrezzi”. Proverò per questo ad articolare una breve genealogia e a concentrarmi sugli elementi che compongono il dispositivo del gioco sportivo, provando a mantenere un discorso di continuità, dal micro al macro, dentro e fuori il gioco (propriamente detto) e viceversa. Scrivo queste righe a partire dalla mia biografia e dalle mie esperienze (Collettivo Tommie Smith e Associazione Leib ), per questo inevitabilmente tralascerò questioni, concetti e soggettività, ma soprattutto farò un uso assolutamente “improprio” della filosofia e dell’antropologia, così come alcuni fanno un uso “improprio” del tennis…

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Il potere lungi dall’impedire lo sport, lo produce

Parafrasando Foucault, potremmo definire la pratica sportiva come una parte dell’insieme codificato di tecniche del corpo che mirano al progetto etico-politico della modernità di produrre (e riprodurre) utilità, docilità e produttività. Lo sport dunque, potrebbe essere considerato:

“Un’arte del corpo umano, che non mira solamente all’accrescersi delle sue abilità, e neppure all’appesantirsi della sua soggezione, ma alla formazione d’un rapporto che, nello stesso meccanismo, lo rende tanto più obbediente quanto più è utile, e inversamente. Prende forma, allora, una politica di coercizioni che sono un lavoro sul corpo, una manipolazione calcolata dei suoi elementi, dei suoi gesti, dei suoi comportamenti. Il corpo umano entra in un ingranaggio di potere che lo fruga, lo disarticola e lo ricompone” [1].

Questa scoperta moderna del corpo come oggetto e bersaglio del potere, che scardina il vecchio potere sovrano a favore di quello “disciplinare”, evidenzia come il “sapere” fisiologico sul corpo è stato possibile solo attraverso a un insieme di discipline militari, scolastiche e, oserei dire, anche sportive. In particolar modo, il sapere/potere sportivo si inserisce in una serie di strumenti, tecniche, procedimenti e metodologie, sedimentatati nel tempo con il nome di educazione fisica. Pur senza entrare nel dettaglio, possiamo rintracciare la nascita di questa disciplina in quella che è la scuola tedesca di ginnastica militare. Questa si rifaceva a un modello paramilitare volto ad addestrare i cittadini dei sorgenti Stati Nazione:

“Il soldato è divenuto qualcosa che si fabbrica; da una pasta informe, da un corpo inetto si è creata la macchina di cui si ha bisogno; sono state poco a poco raddrizzate le posture; lentamente, una costrizione calcolata percorre ogni parte del corpo, se ne impadronisce, dà forma all’insieme, lo rende perpetuamente disponibile, e si prolunga silenziosamente nell’automatismo delle abitudini; in breve, il contadino è stato cacciato e gli è stata data l’aria del soldato” [2].

Alla scuola tedesca si aggiunge parallelamente quella svedese nella quale la ginnastica inizierà a essere trattata come fenomeno di carattere biologico: una pericolosa prospettiva igienista che assume la funzione del mantenimento della salute sociale mediante la salute del corpo biologico. È per questo che possiamo definire la ginnastica, l’educazione fisica e tra poco lo sport, attraverso i paradigmi biopolitici in cui “al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere”, in cui il potere “si esercita positivamente sulla vita, che incomincia a gestirla, a potenziarla, a moltiplicarla, a esercitare su di essa controlli precisi e regolazioni d’insieme” [3].
Alla scuola svedese di educazione fisica centrata sulla biologia, seguirà quella inglese che, basata sull’equazione sportman = gentlemen, “sportivizzerà” non solo le pratiche educative, ma anche il resto della società, risignificando la pratica del gioco e svuotandola delle sue caratteristiche “sovversive”.
Se per molte società i giochi venivano usati per “giocare” la cultura egemone, come afferma l’antropologo Johan Huzinga [4] – cioè avevano una funzione “sovversiva” nei confronti dei valori dominanti (che letteralmente venivano messi in gioco) – nella cultura borghese l’istituzionalizzazione dello sport si presenta come la ri-produzione della cultura egemone, una pratica di controllo e di governo in una società industrializzata e urbanizzata. Da una parte lo sport prova a essere un dispositivo di colonizzazione di tempi e spazi rispettando la dicotomia tempo libero/lavoro, dall’altra ricerca una produttività anche nel tempo libero. Ad esempio, lo sport è utilizzato nel tempo libero come: dispositivo per allentare le tensioni sociali (vedi in Italia l’istituzionalizzazione fascista dell’Opera Nazionale Dopolavoro); per massimizzare la condizione fisica della popolazione in una prospettiva igienista e produttivista; per colonizzare spazi, tempi e mercati (vedi il suo impiego nella colonizzazione fascista dell’Africa o colonialismo britannico fino agli attuali mega eventi) in cui, vestito da valori universali come fratellanza, umanizzazione e civilizzazione, lo sport diventa un cavallo di Troia anticipando ampiamente la questione controversa della globalizzazione neoliberale.  È inoltre usato per creare uno spirito nazionalista negli appuntamenti sportivi internazionali: su questo punto è interessante notare che l’educazione fisica con lo sport non gioca più una strategia bio-politica sul corpo individuale, ma si inserisce attraverso una “serie d’interventi e di controlli regolatori” in una strategia bio-politica della popolazione. Se la ginnastica produceva il corpo individuale (quello bio-medico), lo sport può contribuisce a produrre il corpo sociale (politico-giuridico nazionale). Soprattutto con i mondiali fascisti del 1932 o le Olimpiadi nazisti del 1936, la prospettiva bio-politica sembra assumere attraverso il paradigma “immunitario” [5] il suo rovescio tanatopolitico. Non voglio qui affermare che lo sport abbia prodotto i campi di concentramento, ma bisogna riconoscere il suo pericoloso continuum con i progetti politici che si definiscono “biologia applicata alle popolazioni”. Un punto particolarmente importante per chiarire che con l’aggettivo popolare attribuito allo sport non si intende in alcun modo una totalità o un’identità omogenea (così come ipotizzano i populisti) di una popolazione, ma indica qui una diversa prospettiva di classe di resistenza al potere.

Dove c’è potere, c’è resistenza

La genesi dello sport non è dunque il frutto di un processo a-politico e a-storico, ma come abbiamo visto, si realizza e si sviluppa dalla costituzione di una società che ha istituito lo stato-nazione, che ha organizzato l’economia nel sistema capitalista e che ha legittimato un determinato tipo di scienza come unica forma di conoscenza della realtà. IMG (2)
In una società, che esalta i modelli e i valori di oggettività, vittoria, meritocrazia per mascherarne la “natura” della diseguaglianza e della discriminazione, non c’è da stupirsi che gli unici giochi istituzionalizzati sono quelli di opposizione simmetrici. Infatti coltivano l’illusione sociale di poter dare al gioco un vestito oggettivo e controllabile, in cui tutti hanno le stesse possibilità [6]. Per i governi moderni questa è la cornice ideologica della meritocrazia entro la quale le diseguaglianze da essi prodotte diventano accettabili e addirittura desiderabili su basi essenzialmente razionali, lasciando allo sport il compito di provarle oggettivamente (vedi gender gap).
Potremmo dunque stabilire, attraverso il sociologo Bero Rigauer, che le principali caratteristiche dello sport sono: la disciplina (come dispositivo di sapere-potere), l’autorità (che caratterizzava già la ginnastica razionale), la concorrenza (che richiama i valori del capitalismo), il rendimento (o produttività), la razionalità tecnica (che pone ancora una volta il corpo come corpo-macchina), l’organizzazione (gerarchica) e la burocratizzazione (come dispositivo di difesa da trasformazioni) [7].
Per questa sua istituzione non neutra, la pratica sportiva ha sempre prodotto una divisione negli antagonisti del pensiero borghese/capitalista. C’era chi come Jean-Marie Brohm (e la scuola di Francoforte) pensava che lo sport non rappresentasse una pratica di trasformazione sociale, ma che fosse destinata a estinguersi in una condizione di comunismo internazionale. C’era chi, invece, come Bero Rigauer proclamava la possibilità di “costruire uno sport e una cultura sportiva corporea della classe del proletariato”. È attraverso quest’ultima prospettiva, che nascono in molti paesi attività sportive dei movimenti operai non contrari all’internalizzazione dello sport, ma con un orizzonte sociale consono ai propri ideali. Nel 1925 si organizzano, ad esempio, a Francoforte le Olimpiadi Operaie dove si presentano 1100 partecipanti da diverse nazioni. In Italia negli stessi anni nasce la rivista: “Sport e Proletariato” settimanale di cronaca e di critica. Nel primo numero del 1923 si legge: “lo sport serve alla borghesia per influire attraverso esso i giovani lavoratori. I partiti proletari devono imparare a servirsene ai propri fini. Quest’idea di sport come campo di lotta di classe, sopravvissuto nel ventennio fascista attraverso il Fronte della Gioventù, verrà istituzionalizzato in Italia nel 1948 nell’ente di promozione sportiva UISP che fino a dopo la caduta del muro di Berlino sarà l’istituzione di riferimento per questo tipo di prospettiva sportiva. Esattamente fino al XI Congresso nazionale UISP del dicembre 1990 in cui invece si afferma che:

“”Sport Popolare” per la Uisp significava molte cose di enorme importanza: tradizione, fondazione, classe di riferimento, un costume, uno stile di rapporti, e la sostanza di una proposta. Ma i nuovi soggetti della pratica sportiva non sono una minoranza esclusa per la quale popolarizzare l’accesso ad una disciplina: sono una maggioranza. Adesso si tratta di garantire le discipline in funzione di chi le pratica, secondo bisogni, capacità, motivazioni, di ridisegnare una proposta sportiva attorno ai soggetti nuovi. Così il termine “popolare” è arrivato alla consumazione del suo significato d’origine.” [testo completo]

Il passaggio politico di UISP è da inquadrare in una più ampia strategia della sinistra dopo il crollo del muro di Berlino, in cui si decide di affrontare la promozione sportiva non più come lotta di classe, ma abbracciando un modello che la stessa UISP definisce di “cittadinanza” [8]. Senza volerci soffermare sulle strategie politiche di UISP, è importante sottolineare che questo passaggio si può definire come una de-istituzionalizzazione dello sport popolare che produce oggi una “molteplicità” di approcci e pratiche “istituenti”.

In prima battuta potremmo, dunque, affermare che lo sport popolare riconosce nella pratica sportiva un campo in cui si esercita il potere e prova a trasformarlo in campo di resistenza. Questo in qualche modo permette di ampliare le tesi francofortiane di uno sport che produce alienazione e repressione, in una visione in cui gli si riconosce una possibile chiave sociale di trasformazione. Ma centrali per il nostro discorso rimangono comunque le riflessioni che la sociologia critica ha rivolto al fenomeno sportivo, in particolar modo Jean-Marie Brohm che nel celebre libro i Signori del gioco le articola in 4 questioni:

1) la contraddizione dell’ideologia pacifista umanista, egualitaria e cosmopolita dello sport;

2) le istituzioni sportive sono multinazionali che, collegandosi a quanto detto al punto precedente rispondono a specifici questioni di mercato, sono di fatto mezzi di colonizzazione neoliberali;

3) la continuità istituzionale (definiti dall’autore apparati di stato) che sottrae le istituzioni a critiche politiche;

4) lo statuto del corpo nella società borghese come bersaglio del potere. 

A mio avviso è importante non dividere in quattro punti la critica sportiva, ma provare ad articolare, quanto più possibile, un discorso di continuità, dal micro al macro, dentro e fuori il gioco (propriamente detto) e viceversa. Per esempio, il movimento sociale brasiliano che chiedeva la cancellazione dei mondiali di calcio e delle Olimpiadi, indicava anche nel micro un altro modo di fare sport


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Le numerose squadre di calcio che in Italia praticano azionariato popolare e fuoriescono dalla logica del tifoso consumatore, indicano già nuovi processi di fare sport e creano differenti condizioni di auto-governo capaci di trasformare anche il gioco propriamente detto. Se la politica, come sostengono Deleuze e Guattari, “è contemporaneamente macro-politica e micro-politica” [9] proverò a concentrarmi su quest’ultima per evidenziare le “linee di fuga” più che il livello di “cattura”. Vorrei però chiarire che mi soffermerò solo su alcune micropolitiche del gioco, ma che non intendo escludere da tale riflessione anche gli attori sociali esterni alle dinamiche del gioco (come dirigenti, tifosi, tecnici, la differenza tra sport dilettantistico e professionistico ecc).

Le micropolitiche dello sport

Volendo dunque superare il pessimismo che lega il mondo sportivo alle pratiche di trasformazione sociale, dobbiamo, al contrario di Johan Huizinga, non considerare più il gioco sganciato dalle costrizioni etiche, ideologiche o economiche che potremmo definire come pre-culturali, ma analizzarlo con e attraverso queste, per cogliere i punti di rottura e discontinuità con i valori dominanti. Attraverso Pierre Parlebas potremmo dire che il gioco è una produzione socio-culturale in cui da una parte è condizionato e dall’altra è condizionante. Un concetto che richiama le teoria bourdiana degli agenti sociali che determinano attivamente, attraverso categorie di percezione e di valutazione socialmente e storicamente determinate, la situazione che li determina, o quello di habitus come “strutture strutturate predisposte a funzione come strutture strutturanti” [10]. Con un gioco di parole potremmo dire che: il gioco produce i giocatori che a loro volta producono il gioco e non a caso il giocatore può essere a sua volta giocato dal suo stesso gioco. È grazie a questa doppia determinazione di “struttura strutturata” e “struttura strutturante” che risulta impossibile classificare pre-culturalmente i giochi (compreso lo sport) come buoni o cattivi. I giochi, in questo caso lo sport, non sono da intendere come qualcosa di “naturale”, ma come abbiamo visto prodotti/produttori di una precisa cultura. Abbandonando un’analisi deterministica o, addirittura, pre-deterministica, il mio invito è quello di analizzare (e contestualizzare) il gioco “come dispositivo” a partire dagli elementi indicati dal sociologo Pierre Parlebas:

  • il ruolo che un giocatore può avere. In un gioco il ruolo rappresenta il codice che gli concede del potere e che lo sottopone a dei vincoli. Interessante è considerare che il ruolo del gioco ha vincoli diversi rispetto ai ruoli sociali esterni. Dico questo perché per la mia esperienza (soprattutto in campo educativo e psichiatrico) il gioco rappresenta la rinegoziazione dei ruoli e delle relazioni di potere pre-esistenti al gioco.
  • Lo spazio che può essere articolato in maniera diversa da un gioco all’altro. Può essere delimitato o no, può essere considerato un obiettivo da raggiungere o distanza da percorrere, può essere inviolabile o essere un territorio da conquistare, ma soprattutto è sempre in relazione con il contesto circostante. Attività come il parkour, ad esempio, prima di diventare “sport” portava con sé una critica e un modo diverso di vivere e ri-significare lo spazio urbano. La questione dello spazio è centrale per ovvi motivi anche per chi vive lo sport all’interno di centri sociali o spazi liberati.
  • Il tempo che con la sua organizzazione più o meno rigida è capace di produrre numerosi effetti. Per esempio, con i tempi predeterminati rigidamente, si produce l’eccitazione, la fretta, la ricerca della performance. Questi favoriscono quei meccanismi che portano alla sfida, alla lotta, alla competizione. Quando il tempo è flessibile, invece, si favorisce l’attenzione che può essere maggiormente rivolta agli altri, alle cose che si fanno, alle azioni che si compiono.
  • I punteggi che nei giochi sono articolati fondamentalmente secondo due formule originali: nella prima il reticolo dei punti è una sequenza predeterminata che si realizzano obbligatoriamente; la seconda invece non prevede un punteggio finale che decide l’esito del gioco, ma a ogni nuova fase il gioco ricomincia daccapo. In molti giochi si ignora il punteggio e la proclamazione di un vincitore finale. Lo scopo della partita non è necessariamente quello di affermare la superiorità sugli altri. Il gioco si realizza nello svolgimento stesso delle peripezie ludiche che posseggono un alto quoziente relazionale. Nel gioco sportivo invece non si gioca se non si calcolano punteggi precisi. Per lo sport potremmo dire con Pierre Parlebas che “ciò che conta è ciò che si conta” [11].
  • Gli oggetti che sono un veicolo importantissimo di scoperta del mondo e di sviluppo percettivo. Gli oggetti possono essere realizzati appositamente per il gioco simbolico (i giocattoli), oppure essere strumenti per un gioco di regole. Vorrei qui sottolineare che questi possono sempre essere adattati alle soggettività che vi partecipano, determinando l’inclusività del gioco.
  • Le relazioni che si possono instaurare in un gioco possono essere principalmente di quattro tipi: 1) i giochi cooperativi in cui i giocatori non giocano l’uno contro l’altro, ma sfidano se stessi, i limiti della loro creatività e fantasia, per raggiungere un obiettivo comune; IMG_0001 (2)2) giochi di opposizione simmetrici, in cui c’è un vincitore e si gioca sostanzialmente per vincere (a questo modello appartengono gli sport); 3) giochi di opposizione a-simmetrica o dissimmetrici, in questi giochi si esalta la strategia del giocatore e la loro principale caratteristica consiste nel fatto che non si gioca per vincere;
    4) giochi paradossali che per loro struttura, attraverso la presenza di paradossi, permette di vincere senza far perdere. Quest’ultimi implicano in ogni momento una continua cooperazione e una opposizione che trasformano gli altri giocatori in compagni e/o avversari. In questo senso è centrale la domanda che Pierre Parlebas pone riguardo la loro esclusione anche dal mondo non istituzionale: “Questo paradosso ludico minaccia forse certi aspetti di ordine sociale? Possiede delle caratteristiche giudicate perturbanti, o sovversive?” [12].

Vorrei aggiungere a questi punti, l’analisi delle regole (scritte e non scritte) che corrispondono tutti a una scelta sociale più o meno arbitraria e anche arbitrata. Le stesse regole infatti ci portano a riflettere su questioni etiche e politiche di governo (o autogoverno). Le regole ci permettono non solo di delimitare la partecipazione al gioco, ma delimitano anche “agency” delle soggettività che vi partecipano, facendo tramontare per sempre l’illusione borghese dell’equità sportiva (ad esempio trasformando il gender gap [13]). Contrariamente al concetto di fair play, in cui si esalta la cieca obbedienza alle regole (in cui anche l’arbitro stesso è solo un garante di regole non sue), nello sport popolare, è l’etica che permette di sperimentare la trasformazione delle regole del gioco e di tutti gli elementi sopracitati. Lo sport popolare, infatti, si declina come una pratica di sperimentazione che possiamo definire eticamente e politicamente attraverso Foucault come una “pratica di liberta”.

Mi sembra inutile sottolineare che la trasformazione delle regole del gioco per cambiare le condizione di partecipazione e liberare l’ “agency” delle soggettività, fa della prassi del gioco una prassi politica. Naturalmente la dimensione dell’ “agency” è interessante a prescindere dalla natura delle regole, perché ne evidenzia gli atti di resistenza, anche quando le regole sono arbitrarie e sanciscono l’iniquità sportiva. Per cogliere questo punto, potremmo citare il processo di decolonizzazione dell’India sviluppato anche nei campi di cricket [14] o l’esempio di Alfonsina Strada che durante il regime fascista vinse con i colleghi maschi e mise in discussione il “patriarcato” imperante. Potremmo fare anche l’esempio più attuale di squadre che decidono di giocare nei campionati federali, portando elementi di critica alle regole che delimitano la partecipazione, come il numero superiore consentito di ragazzi extra-comunitari (parola che riprospetta lo sport ancora una volta verso il paradigma immunitario). Possiamo fare l’esempio della boxe e di tutti gli altri sport di combattimento portati avanti dalle palestre popolari, che negli ultimi anni hanno dato vita anche a un coordinamento, il cui comunicato della sua costituzione delinea più punti di continuità con questo discorso (altri documenti CoNaSP).

A questo punto della mia riflessione sullo sport popolare, sarebbe interessante inserire questi elementi in una filosofia del dispositivo, ovvero considerare foucoltianamente il gioco come “la rete che si stabilisce fra questi elementi” che comprendono come abbiamo visto relazioni, spazi, tempi, regolamenti ecc. Ma ancora di più interessante sarebbe inserire questi elementi tra le linee che compongono il dispositivo deleuziano, inseriti cioè nella “matassa” e “nell’insieme multineare composto da linee di natura diversa” [15], per capire come viene districata nello sport popolare quello che potremmo definire la linea di fuga, ovvero l’istanza della soggettivazione. Dico questo perchè a mio avviso è pericoloso considerare lo sport popolare come qualcosa di non competitivo o non agonistico (esclamazione frequentissima), se parliamo di dispositivo sportivo, queste due dimensioni sono necessarie, altrimenti dovremmo parlare di altri tipi di giochi (cooperativo, paradossali ecc), ma proprio per questo è interessante analizzare come si districano in questo dispositivo le linee di fuga a queste forze, producendo nuove soggettività.

Contestazione dello spazio e del tempo in cui viviamo

Per capire il funzionamento trasformativo di tale dispositivo oggi, a mio avviso dovremmo definirlo un’eterotopia. Per tanti motivi: per giustificare ad esempio, il continuum del gioco (sportivo) tra le diverse società con un diverso funzionamento, per mettere in evidenza la rottura del tempo tradizionale  suddiviso in lavoro/tempo libero. Soprattutto perché presenta nello stesso spazio reale diversi spazi (fisici e sociali) che sono tra loro incompatibili, ma relazionandosi permettono di “sovvertire i rapporti” pre-esistenti (vedi torneo Dimondi). Come afferma Foucault se le utopie non sono un luogo reale, le eterotopie sono una sorta di contro luoghi realizzati in luoghi reali, luoghi-altri, ma che possono essere localizzati e attraversati, e che permettono la “contestazione mitica e reale dello spazio in cui viviamo” [16].

Se il potere moderno si concentra sul corpo e sulla vita, come abbiamo visto, e quindi anche attraverso le pratiche sportive, nello sport popolare non si può che immaginare una contestazione a partire dal/del corpo e dalla/della vita. Vorrei chiudere il cerchio di questa riflessione sullo sport popolare dal punto di partenza, ovvero dal corpo perché è anche nell’esperienza dello sport popolare che può trasformare il suo rapporto “sensibile” con il mondo. Quello che succede nello sport popolare è concretamente un ritorno alla dimensione sensibile rispetto a quella disciplinare, in cui la dialettica del sensibile apre ad una dialettica di classe. Nel mio immaginario, insomma, lo sport popolare è quello spazio in cui la domanda deleuziana “cosa può un corpo? [17]” è declinata sia in termini di performatività sportiva, sia nei termini etici e politici del divenire-corpo.


Note

[1] M. Foucault, Sorvegliare e punire, Enaudi, Torino 1976 p.148.

[2] M. Foucault, Sorvegliare e punire, Enaudi, Torino 1976 p.147.

[3] M. Foucault, La volonta di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano 2001 p.121.

[4] cfr J. Huzinga, Homo ludens,  Einaudi, Torino 1967.

[5] cfr R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002.

[6] vedi F. Cambi & G. Staccioli, Il gioco in occidente, Armando Editore, Roma, 2008; G. Staccioli Il gioco e il giocare. Elementi di didattica ludica. Carrocci, Roma, 2008;

[7] cfr. B. Rigauer Sport und Arbeit, Lit Verlag, Munster 1969.

[8] vedi G. Missaglia, Il baro e il guastafeste, ed. Seam, Roma, 1998.

[9[ G. Deleuze & F. Guattari, Mille piani, Castelvecchi, 2003.

[10] P. Bourdieu, Il senso pratico, Armando Editore, Roma 2005.

[11] P. Parlebas, Giochi e sport, Edizioni Il Capitello, Torino 1997 p.183.

[12] cfr. P. Parlebas Giochi e sport, Edizioni Il Capitello, Torino 1997.

[13] vedi: https://www.theguardian.com/science/the-h-word/2014/apr/30/forget-testosterone-theres-another-t-we-need-to-tackle-to-make-sports-fair

[14] A. Appadurai, Modernità in polvere, Meltemi Editore, 2001 (in particolar modo in riferimento al VII capitolo).

[15] G. Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, Cronopio, Napoli 2002.

[16] M. Foucault, Utopie Eterotopie, Cronopio, Napoli 2006.

[17] G. Deleuze, Cosa può un corpo? – Lezioni su Spinoza, Ombre corte, Verona 2007.

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