Per una lettura complessa dell’attività fisica nella salute pubblica

Questo testo, tratto dal mio progetto di ricerca, raccoglie alcune riflessioni sulla relazione fra corpo, salute e movimento e sul trasformarsi di questa relazione a seconda dei quadri teorici che vengono applicati per comprenderla.

L’esistenza di una relazione tra il movimento e i suoi benefici per la salute, è ormai riconosciuta internazionalmente. Esiste infatti un immaginario collettivo che associa un congiunto di attività e pratiche che coinvolgono il movimento, raccolte sotto il termine di attività fisica, a migliori condizioni di salute e minori probabilità di sviluppare determinate malattie, in particolare le malattie croniche non trasmissibili. D’altra parte, il fatto che la pratica di attività fisica venga legata ad una minor incidenza di queste malattie, considerate una piaga della nostra società globalizzata, ha dato vita a un nemico comune nel campo della salute pubblica: l’inattività fisica. Riconoscere quest’ultimo come fattore di rischio, per malattie cardiovascolari, respiratorie e diabete tra le altre, oltre a spostare l’attenzione sulla responsabilità individuale per le condizioni di salute, legittima la presenza di politiche pubbliche, campagne informative di sensibilizzazione e incentivazione al movimento e programmi di promozione della cosiddetta “vita attiva” nei servizi sanitari, nelle scuole o nei quartieri. Rafforzata da una parte da un gran numero di studi epidemiologici che mostrano la correlazione causale positiva tra pratica regolare di esercizio fisico e benefici per l’organismo, e dall’altra da discorsi preventivisti e di promozione di stili di vita sani, l’equazione “attività fisica=salute” sembra guadagnare ogni giorno più spazio fra le politiche pubbliche sanitarie. All’interno del modello biomedico, che riduce il corpo a organismo e presuppone che la salute possa essere misurata esclusivamente attraverso la valutazione dei suoi parametri fisiologici e delle funzioni degli organi, questa logica causale riesce a esaurire il problema producendo una serie di soluzioni universali, dettagliate in intensità, tempo e frequenza di attività necessarie per tutelare e preservare la própria salute. Tuttavia, questi discorsi sulla “vita attiva” presuppongono strategie di controllo della condotta e degli stili di vita delle persone, attraverso una logica medicalizzante del movimento e di tutte le pratiche del quotidiano. Considerando invece un concetto amplio di salute, che prenda in considerazione i suoi determinanti e tutte le dimensioni, oltre a quella biologica, che compongono il processo salute-malattia e influenzano direttamente la pratica di attività fisica e i significati ad essa associati, questo approccio risulta riduzionista e semplificatore, dal momento che si preoccupa solamente di una parte del problema. Nel campo delle politiche pubbliche sanitarie,  stimolare la pratica di attività fisica rappresenta una strategia preventiva per abbassare i livelli di malattie e alleviare i costi sanitari per le casse dello Stato. Tuttavia il movimento, in tutte le sue forme, presuppone e interferisce con una serie di altri aspetti che vanno molto oltre la sua dimensione preventiva, che contribuiscono a determinare la condizione di salute di una persona. Disuguaglianza sociale, vulnerabilità, differenze di genere e razza, accesso ai servizi e alle aree pubbliche della città, sono solo alcuni degli elementi che influenzano l’adesione alla pratica di attività fisica, oltre alle condizioni fisiche e ai significati che vengono attribuiti a tale pratica in relazione alla salute. L’articolazione che esiste fra corpo, salute e movimento non risponde a una logica dose-risposta. L’approccio semplificatore che vede l’attività fisica come un farmaco da prescrivere e “assumere” in modo passivo, non può rispondere della complessità del processo salute-malattia. Risulta necessario uscire dal determinismo biologico e dal riduzionismo che caratterizza la scienza classica per comprendere al meglio questa articolazione e le sue connessioni con le politiche pubbliche di salute in maniera transdisciplinare e critica. Non si tratta di screditare la legittimità degli studi scientifici sugli affetti dell’attività fisica sull’organismo in relazione alle condizioni di salute, ma di integrare questa prospettiva in una lettura complessa del ruolo e della potenzialità dell’attività fisica nelle politiche pubbliche sanitarie, mettendo in discussione il positivismo causale costruito tra attività fisica e salute e proponendo una promozione della salute attraverso il movimento che intrecci queste politiche in un rapporto inscindibile con l’ambiente culturale, socio-politico, economico e naturale dove vengono applicate.

Leo

Leave a Reply

Your email address will not be published.