Ferm* tutt*! Questa è una pandemia

Riflessioni su attività fisica e sport pre, durante e post Covid-19

Foto di cottonbro

Col passare dei giorni e delle settimane, quella che sembrava una sfida di resistenza per il ritorno alla quotidianità, si sta trasformando in una lunga maratona verso una nuova concezione di normalità, verso un nuovo quotidiano. Chiusi nelle nostre case ci siamo subito preoccupati di come rattoppare un modo di vivere che ci è stato strappato all’improvviso cercando strategie per continuare vederci, farci forza, intrattenerci, tirare avanti. Abbiamo adattato i nostri corpi ad uno “stare chiusi” diverso da quello a cui eravamo abituati, sperimentato e rimodellando le pratiche, decreto dopo decreto, in attesa di vedere avverarsi le profezie appese ai balconi. A più di un mese dall’inizio del lock down nazionale la voglia di ricominciare è più forte che mai, così come la consapevolezza che non si potrà riprendere dal punto in cui abbiamo sospeso le nostre vite. E, di sicuro, non con le stesse regole del gioco.
Uno dei temi che ha occupato le cronache di queste giornate di isolamento, insieme alla tempesta di dati sulla diffusione della pandemia, è stato quello dell’attività motoria e sportiva. Sulle possibilità di movimento legate alle restrizioni e alle nuove norme si è detto veramente di tutto, in un turbinio di informazioni e pareri, spesso confusi e superficiali, alimentato dai social e rilanciato dai media. Al tempo stesso si è assistito ad una metamorfosi del movimento che si è dovuto adattare alle pareti di casa e al distanziamento sociale, acquisendo nuovi significati e valenze. Vorremmo quindi proporre due riflessioni per quanto riguarda i corpi in movimento in questa prima fase di emergenza per provare a capire da dove e soprattutto in che modo ripartire una volta che sarà il momento di farlo.
Immagine dal video “Coronavirus: come aiutare a frenare l’epidemia” divulgato dalla Polizia di Stato

Attività fisica e coronavirus: da dovere-colpa a colpa-dovere

Torniamo per un attimo a prima del virus, delle misure contenitive e delle restrizioni. Torniamo a quando la narrazione principale che si faceva dell’attività fisica era quella della virtù morale, della pratica regolare di esercizio come adesione a un modello di salute basato sulla responsabilità individuale e sulla logica del rischio. Questa particolare visione tende ad associare in maniera causale, diretta e lineare la pratica di attività fisica al benessere psicofisico. Da un lato stabilisce attraverso specifiche linee guida e raccomandazioni la “dose” di attività fisica necessaria per essere considerati persone attive, responsabili e preoccupate per la propria salute, dall’altro marchia chi non riesce ad adempiere alla meta con la colpa e il rimorso di non aver saputo prendersi cura di sé. Il corpo attivo, in forma e sportivo è salutare, accettato e desiderabile, mentre quello inattivo, fiacco e sedentario è sinonimo di irresponsabilità, anomalia, morte. Quello che questo modello non si chiede però è il come e il perché le persone si mettono in movimento, oppure no. Nel cercare di elevare l’attività fisica allo status di rimedio miracoloso per la lunga vita, vengono messi da parte tutti quei determinanti sociali, politici, culturali ed economici che agiscono direttamente sul movimentarsi dei corpi, plasmando i sensi e i significati che attribuiamo alla pratica di attività fisica in relazione alla salute e sui quali le scelte individuali hanno poca (o nessuna) influenza. Movimento e salute sono in questo modo concepiti soltanto in una prospettiva subordinata all’organismo nella sua dimensione bio-riduzionista e rifiutano l’idea di corpo nella sua complessità, contemporaneamente prodotto e produttore tanto della natura quanto della cultura. Al modello universale dell’attività fisica come farmaco – che ci impone di rimanere attivi per tutelare la nostra salute – non interessa chi siamo, dove viviamo, in che condizioni e quante ore dobbiamo lavorare, quali spazi possiamo o non possiamo attraversare, quali pratiche sono considerate accettabili o meno per i nostri corpi. In una prospettiva che guarda al singolo individuo in maniera isolata dal proprio contesto, l’attività fisica per la salute assume il ruolo di dispositivo di (auto)controllo, incapace di interagire con tutti quei fattori di disuguaglianza e iniquità che caratterizzano la nostra società.

Campagna pubblicitaria promossa dal sindaco di Cagliari

Attraverso i vari decreti ministeriali che si sono susseguiti dall’11 marzo in poi, il governo si è mosso verso la proibizione dell’attività fisica all’aperto per limitare ulteriormente i rischi di contagio in una situazione emergenziale che rischiava di portare al collasso le strutture sanitarie del paese. Parallelamente all’aggravarsi dell’epidemia si è passati piuttosto velocemente dalla possibilità di praticare “sport e attività motorie svolte negli spazi aperti nel rispetto della distanza interpersonale” alla chiusura dei parchi e l’inasprimento delle norme, in controtendenza con altri paesi europei. Fino ad arrivare a individuare in chi passeggia, ma soprattutto in chi corre, una delle principali cause di propagazione del virus e il nemico pubblico numero uno dell’efficacia delle norme di distanziamento. Se da un lato la consapevolezza del reale rischio e la sofferenza di chi in prima persona deve lottare con le conseguenze del contagio mettono la libertà di fare attività motoria all’aperto in secondo piano, dall’altro si assiste ad una narrazione distorta che, con la complicità delle istituzioni, dipinge il bisogno e la possibilità di muoversi (seppur dentro alle regole) come un capriccio, un lusso arrogante di chi non vuole aderire al sacrificio comune richiesto alla nazione. Mettendo così in moto un meccanismo di colpevolizzazione e individuando, senza preoccuparsi troppo di giustificarlo scientificamente, un facile bersaglio sul quale riversare la rabbia e la paura. Ciò che salta all’occhio però in questa nuova narrazione dell’attività fisica in piena pandemia è l’ipocrisia con la quale attraverso lo stesso discorso basato sul rischio, sulla responsabilità individuale e sulla colpa usato per propinare il modello della “vita attiva”, mentre si condannava fermamente chi usciva a prendere una boccata d’aria, si spingevano migliaia di lavoratori e lavoratrici a continuare a recarsi ogni giorno in aziende, fabbriche, uffici assolutamente non essenziali per più di due settimane dall’inizio dell’isolamento sociale. La stessa ipocrisia che con una mano punisce severamente chi non rispetta le norme e con l’altra lascia la popolazione carceraria in balia del sovraffollamento senza possibilità di proteggersi in maniera efficace dal virus. O che multa i senza fissa dimora per non avere una casa dove restare. E mentre le sentinelle da balcone, pronte a segnalare pericolosi runner e disertori, spuntavano come funghi, il contagio circolava tra operatori e operatrici della sanità pubblica e privata costretti a lavorare con equipaggiamenti non adeguati e tra operai e operaie considerati sacrificabili in nome dell’economia del paese. I primi costretti a sorbirsi anche la retorica guerrafondaia dell’eroe che lotta contro il nemico invisibile e i secondi a pagare sulla propria pelle le priorità di un sistema che mette il profitto davanti a tutto.
Senza entrare nel merito dell’effettiva “pericolosità” di chi pratica attività fisica all’aperto pur rispettando il distanziamento, che avrebbe bisogno di un approfondimento scientifico qualificato, appare evidente come i temi della libertà individuale e del controllo sociale siano centrali nelle due situazioni descritte. Osservando queste narrazioni del corpo in movimento e dei suoi effetti sulla salute, così vicine temporalmente ma al tempo stesso così divergenti, ci si accorge come si muovano sì in direzioni diverse, ma su di uno stesso piano. Un piano che, in entrambi i casi, circoscrive il tema della salute alla sfera dell’individuo, occultando le sue dimensioni collettive, sociali e politiche; e contemporaneamente relega il movimento al ruolo di strumento funzionale alla regolazione, all’addestramento e al disciplinamento dei corpi. Dovere e parametro morale prima, oggetto di colpa e devianza poi.
Con l’approssimarsi di una fase di ripresa graduale di tutte le attività sentiamo il bisogno di un serio dibattito sulle reali possibilità di svolgere attività motoria in sicurezza all’aperto.


A un metro di distanza. Lo sport formato quarantena

Anche se la retorica dell’attività fisica come farmaco non convince, per il suo carattere riduzionista che relega il movimento a una sommatoria di gesti meccanici e la salute al benessere fisiologico dell’organismo, tale paragone può esserci utile in questa fase per far emergere il lato “nascosto” di questa semplificazione. Il paragone con il farmaco, rimedio da assumere passivamente per far fronte a determinate problematiche di salute, è funzionale al modello descritto in precedenza proprio perché ne esaurisce le pretese, tagliando fuori tutto ciò che non riguarda, direttamente o indirettamente, la sfera fisiologica. Sappiamo invece che il movimento umano nelle sue svariate forme ed espressioni, dall’esercizio fisico fino allo sport, rappresenta un fenomeno complesso, le cui potenzialità nei confronti della salute individuale e collettiva devono essere ancora del tutto esplorate e indagate.
Uno dei primi effetti delle restrizioni alle attività di gruppo e sportive e del distanziamento sociale è stato quello di dar vita ad un insieme di strategie per colmare il vuoto sociale e umano lasciato da scuole, palestre, campi sportivi e luoghi di aggregazione chiusi. Dalla brusca perdita di spazi di incontro dove praticare sport e attività fisica. Che sia per rimanere in forma, combattere la noia o come valvola di sfogo, nel giro di qualche settimana allenamenti di gruppo online, video lezioni, tutorial e schede di allenamento hanno riempito i social e le giornate di molte persone costrette in casa, aprendo a nuove percezioni del corpo in movimento. Prima ancora che nei comunicati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Ministero della Salute, l’importanza di rimanere in movimento è stata percepita sui corpi tesi e irrigiditi dalla prospettiva di uno stop senza data di scadenza. Di fronte a questo cambio radicale di scenario, lo sport e l’attività motoria ad ogni livello si sono trovati a fare i conti con l’impossibilità di spostarsi, di utilizzare degli spazi e di avere un contatto diretto con l’altro. Di colpo la costellazione di relazioni sociali, compromessi e significati che normalmente caratterizzano ogni momento della nostra attività sportiva sono crollati, lasciandoci chiusi in una stanza a fare piegamenti a ritmo di musica davanti allo schermo. Proprio in questo scenario di surplus di stimoli virtuali e relativo smarrimento, dove la priorità pare essere comunicare al mondo “nonostante tutto non ci fermiamo”, ci sembra che il parallelismo con il farmaco cada alla perfezione. Anche se stavolta applicato con tutt’altro scopo. La percezione infatti è che quello che stiamo sperimentando in questo momento sia in qualche modo un’attività motoria compressa, in pillole appunto, che contro la sua volontà si è dovuta spogliare di tutti quegli aspetti che normalmente vengono considerati trascurabili e secondari rispetto alla salute, dovendosi accontentare di ciò che ne rimane. Fino a trasformarsi, ora sì, in quel movimento-sommatoria di gesti da riprodurre e ricalcare in nome di un benessere che non può che suonarci incompleto e insoddisfacente. Ecco che adesso, e solo adesso, il paragone con il rimedio farmacologico ci sembra calzante. Così come per il farmaco, mandiamo giù le sessioni di allenamento casalingo per godere dei loro effetti positivi, ma con la speranza di poterne fare presto a meno. L’urgenza di ripensare le nostre pratiche corporee e l’incertezza verso le possibilità future aprono il campo alla prospettiva sempre più concreta di un movimento omologato e preconfezionato da consumare a distanza, un po’ come gli episodi di una serie TV, col quale tanto i praticanti quanto i professionisti dello sport e del movimento dovranno iniziare a fare i conti.

Quale spazio sarà riservato al corpo in movimento nella nuova quotidianità post-pandemia? In che forma il distanziamento sociale e i suoi strascichi incideranno sul nostro modo di organizzare e intendere lo sport? Quali saranno le possibilità e le battaglie che dovremo combattere per riprenderci quegli spazi di libertà che fino a poco tempo fa ci sembrano inviolabili? Mai come adesso ci sembra necessario ripensare l’apporto e le potenzialità del movimento in relazione alla salute in un’ottica complessa e interconnessa con il contesto sociale, politico e ambientale che stiamo vivendo. Ora più che mai ci sembra impellente smontare le narrazioni che costringono il corpo ad una sbiadita caricatura di sé stesso e immaginare nuovi modi di vivere la corporeità in tutte le sue espressioni dai quali ripartire e attraverso i quali ricostruire fin da ora le nostre pratiche.

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